Black Friday? No grazie! (Non farti fregare!)

un lupo travestito da pecora

Questa del “Black Friday” è stata una settimana insopportabile!

Ho incontrato negozianti che, con occhi spiritati e la bava alla bocca, decantavano i loro maxi sconti e le loro offerte speciali. Neanche ascoltavano quello che chiedevi, appena possibile, infilavano nella conversazione l’argomento “Black Friday” tronfi di poter offrire alle loro prede uno sconto così goloso. Ma goloso per chi?

Il massimo è stato in un negozio di ottica. “Vuoi un occhiale da lettura? Niente paura, con il “Black Friday” puoi averne due!” Ma se manco hai la gradazione che mi serve!!! “Non c’è problema! Te ne prendi uno con una gradazione un poco più bassa e l’altro un poco più alta, così ne hai due, tanto con il “Black Friday” bla bla bla…”  Roba da matti! Stessimo parlando di panini, stiamo parlando della salute degli occhi.

Ma con me caschi male, ogni volta che mi nomini il “Black Friday” mi convinci sempre meno. Ma che venditore sei se non sai leggere le micro espressioni di disgusto sul viso dei clienti? Non vedi che sto cercando il modo di andarmene al più presto?

Mi sento offesa, insultata nella mia intelligenza, aggredita sul lato etico, schiaffeggiata sul fronte morale, mentre con gli occhi della mente vedo nuvole fosche di ciminiereforeste sventrate, mano d’opera sfruttataanimali agonizzanti, fiumi e laghi fosforescenti, discariche a cielo aperto.

Ma non ti rendi conto di quanto poco mi stai “servendo” e quanto invece cerchi di strumentalizzare la situazione per fare cassa e rifilarmi roba che non mi serve? 🙁

Ma c’è il “Black Friday”, la gente pur di portarsi via merce inutile che normalmente non avrebbe mai comprato, evidentemente lascia a casa il cervello. 🙁

Ma che caspita è questo “Black Friday” (letteralmente “Venerdì nero“) o il “Cyber Monday” e tutte le derivazioni sui generis?

Si tratta di giorni dedicati a celebrare il consumismo rampante, lo spreco, il superfluo. In effetti non è si tratta più di singolo giorno, ma oramai si parla di “Settimana del Black Friday“.

Ovviamente il “Black Friday” è una tradizione Americana, nata negli anni ’80.

Ma perché degli Americani ci dobbiamo prendere solo gli eccessi?

Come l’assurda festa di Halloween, altra festa importata di sana pianta nella sua veste più becera e gregaria, solo per farci spendere e spandere (assurda come la festeggiamo noi, senza alcun tipo di spiritualità… Mi piace molto invece il  Día de los Muertos di tradizione messicana che almeno viene festeggiato ricordando i defunti e non andando a molestare i vicini di casa per ricevere dolcetti fosforescenti e cariogeni armati di inquinanti zucche di plastica. ) 🙁

Negli Stati Uniti, il “Black Friday” è il giorno successivo al Giorno del Ringraziamento, il Thanksgiving Dayuna festa Calvinista che si celebra il quarto giovedì di Novembre.

Il Ringraziamento è una cosa seria (almeno dovrebbe!)

Si festeggia nell’America del Nord dal lontano 1621, quando i Padri Pellegrini, fuggiti dall’Europa per poter essere liberi di professare la loro fede Cristiana Calvinista nel Nuovo Mondo, arrivando a bordo della Mayflower dopo una traversata pericolosa che li decimò, decisero di dedicare una giornata per rendere grazie per i doni ricevuti.

Il primo “Black Friday” fu lanciato dai celebri Magazzini “Macy’s” per  celebrare il Thanksgiving Day e ad oggi – dopo 40 anni – Macy’s continua la tradizione organizzando una parata (super sponsorizzata, ovviamente!) che non ha niente a che invidiare al Carnevale di Rio De Janeiro.

Sorvolando sul povero tacchino, animale all’epoca selvatico che sfamò i Padri Pellegrini e oggi piatto tradizionale del Thanksgiving Day massacrato in circa 40 milioni di esemplari ogni anno(anche se ad oggi – non dovendo più fare di necessità virtù – si potrebbero fare scelte altrettanto simboliche ma cruelty free!)…

Collegare una festa con dei regali non è una idea stupida, commercialmente parlando…

Ma una cosa è che venga proposta dai commercianti, l’altra – ben diversa – che sia accolta passivamente dai consumatori.

E che legame ci sia tra il Ringraziamento e l’acquisto sfrenato, non si sa…

Sì, forse il Calvinismo che connette il successo economico e la realizzazione spirituale, giustifica una certa visione consumistica (comunque gravemente distorta e terribilmente miope perché non c’è niente degli insegnamenti di Cristo nella distruzione delle risorse e nello sfruttamento della vita), ma noi che c’entriamo? 

Noi Italiani, di fede cattolica, che abbiamo in casa un Papa che nella sua Enciclica “Laudato sì 2015 stranamente scrisse anche di Ecologia e di Cura della casa comune, dovremmo avere una visione diversa…

Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. (…)

Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario.

In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini

O ancora…

Oggi il peccato si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili, negli attacchi contro la natura.

Davvero, non è proprio da me parlare di religione (anche perché ci sono troppi demoni mascherati da santi, e ogni messaggio positivo può essere stravisato e usato per manipolare, basta vedere cosa è stato fatto dalla stessa Chiesa al messaggio originale del Cristo!), ma questa Enciclica parrebbe ricordare che se distruggi la Casa Comune, se distruggi Madre Terra, fai peccato, un peccato – sostiene il Papa – da cui poi confessarsi.

E comunque – possiamo dirlo in altro modo – stai creando Karma.

“Ma cosa caspita c’entra il peccato, il Karma, con il Black Friday?” Mi chiederai…

Acquistando cose superflue senza preoccuparci dei costi reali che ci sono dietro, noi diventiamo mandanti di devastazione, sfruttamento, ingiustizia, uccisioni. Noi creiamo la DOMANDA che permette ad altri di depredare il Bene Comune.

Siamo distruggendo, anzi, stiamo auto-distruggendo il nostro Parco Giochi, quello in cui la nostra Anima – vita dopo vita – sta facendo esperienza del bene e del male per imparareevolvereservire.

Dimmi tu se non è un vero peccato

Ad ogni modo, mettiamola così: non sarebbe più etico “ringraziare” con un giorno di astinenza all’acquisto, per salvare il Pianeta dalla barbarie dello sperpero, del consumo?

O magari non sarebbe più etico “ringraziare” con un giorno dedicato alla Beneficenza per aiutare i più deboli che sono rimasti schiacciati dalle spire del Neo-Colonialismo? (In effetti esiste un timido “Giving Tuesday“, il martedì successivo al “Black Friday” e al “Cyber Monday”, che mi è stato segnalato via mail da Agire Ora e da Action Aid!)

(Apriamo e chiudiamo questa pietosa parentesi: è assolutamente una domanda retorica, dato che si avvicina il Natale, festa in cui monta la frenesia dello sperpero, ricorrenza religiosa in cui questa annosa domanda avrebbe ancora più senso! Evitiamo inutili spargimenti di parole… )

Insomma, il “Black Friday” apre il Vaso di Pandora del Consumo Invernale, è una giornata che per tradizione dà il via alla follia degli acquisti Natalizi.

Follia che si vede nelle file che la gente fa fuori dei negozi, accampandosi per dormire lì tutta la notte per essere pronti ad entrare correndo per comprare belando tutto quello che viene messo loro davanti.

Ancora, soffermiamoci sul termine “black, cioè nero, affibbiato al “Black Friday”.

Nero per il traffico che riempie di nubi nere tossiche le strade? (Questa settimana anche per le strade di Roma non si riusciva a respirare!) O nero per i libri contabili che si riempiono di cifre nere e non più in rosso, colore della perdita. O nero per il petrolio che sostiene il consumismo sfrenato?

Poco importa.

Quello che importa è che regna sovrana un’ipnosi collettiva che spinge all’acquisto indiscriminato di beni e servizi.

Così fan tutti. La riprova sociale è un Autoinganno potente.

Hanno fatto il “Black Friday” anche sulle casse da morto “Paghi oggi e muori quando vuoi!” Ma ci rendiamo conto?

Per non parlare delle promozioni web!

Qui in Redazione abbiamo avuto le caselle email intasate da promozioni che declinavano in tutti i modi possibili il “Black Friday”, alcune squallidissime, altre più creative… Ma nessuno che abbia sollevato un minimo dubbio sull’esigenza reale di questa ricorrenza.

Questa ipnosi all’acquisto con la scusa del “Black Friday” non fa fare una bella figura ai professionisti, alle aziende, ai negozianti…

Ogni volta che ci spremono per farci cacciare soldi per cose inutili, ci stanno cavando il sangue, ci stanno succhiando tempo di vita, tempo che passiamo a lavorare per comprare, sprecare, sfruttare, buttare, inquinare, e poi lavorare ancora per comprare…

Non è solo per quello che ci fanno fare, ma è per come ci fanno vivere!

Ci stanno ingabbiando in una prigione dorata sempre più insostenibile, prigione dove non possiamo fare altro che correre su una Ruota del Topo impazzita, in un carosello senza fine che non ci rende né più felici, né più realizzati.

Una prigione destinata a rimpicciolirsi sempre di più, perché gli schiavi non sono mai liberi e prima o poi ne pagheremo le conseguenze…

Quello che hai comprato durante il “Black Friday” ti serviva davvero? E quanto ti è costato, davvero? E quanto è costato al Pianeta? Quante risorse ha sfruttato, quanta sofferenza ha causato? E quanto costerà in futuro quando lo butterai in discarica?

Ma perché nessuno parla della “Make Something Week” promossa da  Greenpeace per rispondere allo sperpero del “Black Friday” e del consumismo natalizio in genere?

Una settimana mondiale di 300 eventi gratuiti che si terrà in 40 paesi dal 23 novembre al 2 dicembre 2018, per “fare qualcosa” contro lo spreco insegnando a fare invece che comprare.

Perché le alternative all’acquisto automatico ci sono: si può  riparareriutilizzarericiclare, dare una seconda vita a oggetti ancora utili, liberando la creatività personale contro l’omologazione della paccottiglia e della plastica Made in China & dintorni.

Stiamo letteralmente svendendo il Pianeta, eventi come il Black Friday non fanno altro che incentivare le persone ad acquistare oggetti che resteranno nelle nostre vite soltanto per pochi minuti, ma che danneggeranno il Pianeta per secoli. Siamo stati indotti a pensare che la felicità provenga da ciò che compriamo, ma non è così: let’s make somethingfacciamo qualcosa!

Perché altra plastica è “Il regalo che il pianeta non vuole!

Così come questo sperpero di risorse e energie male indirizzate da una mancanza di consapevolezza.

Pace & Amore (e basta bulimia consumistica!)

Viviana Taccione
Autrice, Trainer & Downshifter
[Articolo pubblicato anche in www.ifeelgood.it]

Nata libera, prigioniera a vita in uno Smartphone

Ho molto a cuore la libertà personale.

Autorità e tirannia mi hanno sempre esasperata, dietro qualsiasi forma si nascondessero.

Qui sul Pianeta Terra, noi esseri umani del 21° secolo sembriamo aver perso completamente il senno, investendo mesi di vita per lavorare e guadagnare soldi al fine di comprare a caro prezzo strumenti cibernetici, portarli sempre con noi, diventarne schiavi.

E sento che dietro tutto questo c’è una grande ingiustizia: una castrazione mentale ed emotiva socialmente accettata.

Credo sia arrivato il momento di demolire un Sistema assurdo, spezzare gli automatismi inconsapevoli, agevolare il Risveglio, contribuire a elevare il livello della coscienza umana.

Con la scusa della COMODITA’ (ma quando mai la comodità è stata motore dell’evoluzione? 😉 ) abbiamo accettato di vivere la nostra vita mediata da una Collettività pilotata da una serie di Re e Regine per i quali siamo solo numeri, forza lavoro, potere di acquisto.

E anche noi veniamo condizionati, irretiti, ipnotizzati, costretti ad agire per un “bene” superiore – il Dio PIL – illusi di poter diventare belli, ricchi e perfetti come le STAR che popolano gli schermi, e alla fine dopo aver compiuto una serie di devastazioni (più o meno consapevoli), veniamo rottamati quando smettiamo di servire il Sistema.

E la nostra Energia incarnata si disperde per sempre. 🙁

Mentre la nostra Identità ed “Eredità Digitale” resta on line sui Social Media congelata in vetrine virtuali e asservita alla Collettività

Ma quello che mi rattrista di più non è questo.

Quello che mi dispiace è che nei primi anni ’90 la Rete è stata accolta come strumento di indipendenza dal Sistema… (E potrei quasi dire “io c’ero”, visto che la mia tesi di Laurea l’ho scritta ancora su una Video Scrittura Canon StarWriter nel 1994 e poco dopo abbiamo comprato il nostro primo Tower PC che era gigantesco! 🙂 )

Come scrive nostalgicamente Umair Haque, scrittore ed economista: “Un tempo internet rappresentava una grande promessa, forse la più grande promessa di tutte: essere il faro che guida ogni persona verso la sua giusta destinazione.”

Quando parlo di Rete mi riferisco al World Wide Web: nata libera come strumento di ricerca, oggi questa stessa Rete è venduta a trance, nuovamente asservita al Sistema, grazie a dei geniali – piccoli ma anche pervasivi, onnipresenti e subdoli – dispositivi.

Parafrasando una nota campagna animalista contro il circo, anche della Rete si potrebbe dire: “Nata libera, prigioniera a vita in uno Smartphone.

Dispositivi con cui puoi navigare agilmente solo sui siti di Social Networking, regno indiscusso di pulsantoni, immagini superficiali e slogan a effetto. Dispositivi che da oggi in poi chiamerò Nanosonde.

Sono esagerata? Non credo.

Fintanto che l’attacco rimbambente pubblicitario avveniva attraverso TV, Cinema e Videogiochi, era possibile pararne i colpi.

Fintanto che l’attacco avveniva tramite il computer, potevi sempre navigare da un sito all’altro alla ricerca di informazioni indipendenti…

Ma ora la tecnologia è così portatile, sta nella tasca dei jeans, quando non sul cuore, direi che è quasi sottocutanea

Oggi i siti di Social Networking sembrano in combutta con le Nanosonde per invadere le menti umane 24 ore al giorno e impedire una vera Comunicazione.

Non è un mistero per nessun Autore web della vecchia guardia come noi che le interazioni di qualità siano scemate paurosamente negli ultimi anni. Non si commenta, non si risponde, non si interagisce quasi più su Blog e Forum…

Ci hai fatto caso? Si preferiscono i siti bacheca, dove interagire comodamente senza tastiere, con stereotipate emoticonsonomatopee da fumetto e video pseudo-demenziali.

Le email sono state surclassate dai Messangers istantanei

Perfino le telefonate non sono più di moda: adesso si comunica prevalentemente con messaggi vocali asincroni, tipo Walkie Talkie! 🙁

Siamo sommersi da un flusso incessante di spazzatura multimediale che stressa, inquina e obnubila anche le menti più intelligenti, rubando loro l’innocenza e assimilandole al suo gioco: bloccare l’evoluzione degli individui portando avanti gli interessi di una Collettività fondata su valori egoistici e distruttivi.

Pochi sono gli esempi virtuosi che sfuggono a questo schema.

Pochi i siti che non si vendano al miglior offerente pubblicitario, non importa che parlino di sana nutrizione o di ambiente, c’è sempre posto per un’azienda di junk food o una petrolchimica, basta che paghino.

Pochi i siti che non rimpastino articoli scopiazzati qua e là, non-luoghi multimediali senza anima con titoloni creati ad hoc affinché rimbalzino impazziti sui siti bacheca portando click alle loro pubblicità Adwords.

Tanto la maggior parte delle persone non legge più.

Non ci riesce.

Lo schermo è troppo piccolo.

Si vedono solo le immagini e i titoli.

Dunque cui prodest?

E’ il nefasto predominio del Fast Web sullo Slow Web. Ho chiamato questo fenomeno già da qualche anno “SCOMUNICAZIONE CELLULARE”.

A breve vediamo meglio perché…

Ci si illude di potersi togliere l’impianto cibernetico quando si vuole, ma… Come nella classica Sindrome di Stoccolma, si finisce per innamorarsi del proprio Carceriere!

Diciamoci la verità (…)

Continua su “SCOMUNICAZIONE CELLULARE. Come difendersi da Social, Smartphone e Nanosonde imparando a godersi lo Slow Web” disponibile sia in versione libro cartaceo che in formato Ebook 100% Win Win.

Vuoi leggere i primi 5 capitoli di Scomunicazione Cellulare?

Scarica gratis l’Estratto omaggio L’Invasione delle Nanosonde.

Ma Gesù Cristo mangiava l’Agnello Pasquale?

Da quando ho capito cosa stessi mangiando non ho mai compreso il rito macabro di dover mangiare un cucciolo di Agnello per forza, usanza che non trova neanche fondamento nella nostra tradizione Cristiana

Adesso non vorrei impelagarmi in questioni teologiche, ma nell’Ultima Cena descritta nei Vangeli Sinottici non viene esplicitamente detto che Gesù e gli Apostoli mangino un Agnello…

(A parte che l’ultima cena non è neanche sovrapponibile al pranzo di Pasqua di risurrezione, dato che è una Cena prima della Passione di Gesù)…

Un accenno all’Agnello si trova invece nell’Antico Testamento, quando Dio comanda al popolo di Israele – per liberarlo dalla Schiavitù – di marcare le porte delle abitazioni con del sangue di Agnello in modo che lui potesse riconoscerle e castigare solo gli Egiziani.

L’Agnello è semmai un cibo tradizionale per la Pasqua, ma per quella ebraica Pèsach Pesah (in ebraico פסח), che non celebra la morte e risurrezione di Cristo, ma la liberazione dall’oppressione Egiziana e l’esodo verso la Terra Promessa.

Quindi i Cristiani e Cattolici non credo abbiano niente a che vedere con il sacrificio dell’Agnello (che per convenienza commerciale è poi diventato anche Capretto).

Tecnicamente infatti Gesù Cristo si offre come l’Agnello di Dio che si immola per salvarci e quindi non c’è più bisogno di ammazzare l’Agnello…

E poi se Gesù è l’Agnello e noi lo ammazziamo… lo stiamo festeggiando come risorto o martirizzando di nuovo? 😯

Insomma, mi pare ridicolo che tutti si riscoprano ferventi cattolici o cristiani e ubbidienti alle “tradizioni” proprio il giorno di Pasqua quando, magari dimenticando di andare in chiesa, ci si affretta a rendersi complice della morte di un cucciolo! 🙁

(Già abbiamo diverse tradizioni ridicole a Pasqua, come quella dell’uovo di cioccolato, ma questa è un’altra storia…)

E poi, dato che i testi sacri li hanno scritti e ritoccati nei secoli gli uomini di Chiesa, a loro comodo, per poter felicemente banchettare tra lusso e sperperi nei Palazzi Vaticani, per me dentro potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa…

Mi piace di più immaginare Gesù di Nazareth come il Profeta illuminato descritto nel Vangelo Esseno, un Vangelo scomodo che è stato velocemente messo a tacere, in cui predicava il digiuno, l’igienismo e non mangiava animali né faceva sacrifici cruenti.

Non so cosa ne pensi tu…

Ma io personalmente preferisco un Gesù Cristo buono, compassionevole, misericordioso, vegetariano (tu ce lo vedi con un coltello in mano mentre scanna un Agnello?) al Dio Cruento e vendicativo descritto nella Bibbia…

Un uomo capace di sacrificarsi per ideali di Pace & Amore.

Un’eredità raccolta da molti santi, tra cui San Francesco di Assisi che non a caso predicava la semplicità e la frugalità, nonché l’Amore verso tutte le creature di Dio, persino il temibile Lupo di Gubbio (e sarà forse a causa dell’EcoVillaggio che stiamo costruendo in Umbria, questa immagine mi è tanto cara! 😉 ) …

Religione a parte, anche chi mangia abitualmente carne dovrebbe rifiutarsi di avallare questa pratica violenta di trucidare dei cuccioli appena nati per santificare la Pasqua.

Non è certo questo il modo di “santificare” una festa, si accumula solo cattivo Karma

Oltre che cattiva salute.

Ma di certo lo si dimentica in nome della tradizione, incoraggiati da questa pressante coscienza di massa onnivora, sostenuta da industria alimentare e medici compiacenti che vogliono tenere vivo e prospero il mercato dell’infermità grazie alla propaganda dei mass media

O magari si tratta solo di distrazione

Chi mangia Agnelli o Capretti a Pasqua forse non si rende conto che sta mangiando dei cuccioli, gli stessi che quando vede insieme alle mamme in un prato pieno di margherite primaverili, indica dicendo “oh, che carini!

Lasciamoli nei prati.

🙂

Viviana Taccione

[Articolo pubblicato anche sul Blog di Autodifesa Alimentare. Se vuoi fare un commento puoi farlo qui.]

I 3 livelli del riciclo. Scopri qual è il tuo!

Fortunatamente negli ultimi tempi sono tante le iniziative di riciclo che divampano in tutta Italia. Negozi, spazi condivisi, siti di scambi, mercati alternativi, associazioni, Ecovillaggi, dove il riciclo e il riuso si colorano di arte e solidarietà.

Però certe volte mi sembra che ci sia un atteggiamento ancora un po’ troppo paternalistico

Progetti anacronistici che nascono per “raccogliere dai ricchi e dare ai poveri” e travisano il concetto stesso di riciclo.

(Oltre che copiare spudoratamente Robin Hood 😛  )

Insomma, non è più l’epoca delle “dame della carità” che organizzavano gran galà di beneficenza o che raccoglievano la “roba usata per i bisognosi”, cosa che può certo essere già un passo avanti, ma solo – appunto – il primo gradino di una nuova e necessaria presa di coscienza su cosa significhi davvero riciclare, riparare e riusare.

Riciclare altrimenti diventa un altro tentacolo del consumismo…

Un’altra scusa per passare dalla logica dell’usa e getta, che sta devastando il nostro Pianeta, a quella dell’usa e… ricicla.

E – in sostanza – per non cambiare niente! 🙁

A ben vedere potremmo, ad oggi, individuare 3 livelli di riciclo. 

1) C’è un primo livello paternalistico del riciclo…

“Non butto perché può servire a qualcuno” (e io che mi considero ricco – o quanto meno non povero – mi compro le cose nuove, e le compro anche più volentieri dato che regalando agli altri quello che non mi serve più, mi sento con la coscienza a posto…) 

Sono persone che sono attente allo status, alla moda e alle tendenze, non comprano volentieri qualcosa di usato per loro stesse, ma hanno trovato un modo alternativo per buttare i loro scarti. Ben vengano allora tutti i posti dove poter donare oggetti a vantaggio di senzatetto, rifugiati, persone meno abbienti. Si dona e si va via, senza poi troppo coinvolgimento.

Lo sappiamo, speso è più facile donare che accettare un dono: in questo modo il nostro Ego è al comando. Parafrasando Paul Watzlawick, e unendoci un po’ di Psicologia Transazionale, il riciclo paternalistico permette di restare in Posizione one-UP, si tratta di adulti che gestiscono la situazione: “compro e regalo ma non prendo niente in cambio“. Accettando qualche cosa siamo viceversa più deboli, esposti e vulnerabili, come dei bambini che attendono i doni da Babbo Natale…

Non mi fraintendere, anche solo donare (e non buttare) è ottimo, per carità – appunto! 😀 – ma si tratta di un’occasione mancata per evolversi e superare vecchi cliché.

A questa prima categoria di riciclosi paternalistici appartengono anche tutte le persone che “giocano” con i materiali riciclati e livello artistico ma che non sono consapevoli dei motivi per cui si dovrebbe riutilizzare, riciclare, risparmiare nuove risorse.

Infatti un certo tipo di “riciclo creativo trendy” fatto con materiali inquinanti e assolutamente non necessari che talvolta si consumano appositamente o addirittura si comprano per dare modo all’estro artistico di esprimersi, certe volte inquina di più. 🙁 Da chiamare arte, se il risultato davvero lo consente, ma forse non necessariamente riciclo

Anche se – diciamocelo – “riciclo” è una parola che fa figo perché sta diventando alla moda… (Qui ci vorrebbe tutto uno sproloquio sul Greenwashing e sui prodotti venduti come ecologici, ma non preoccuparti, per questa volta passo! 😉 )

2) C’è un secondo livello utilitaristico del riciclo…

“Riciclo perché non ho molti soldi”. Una scelta intelligente, certamente, però – purtroppo – collegata a un pensiero di scarsità: io che devo stare attento per arrivare a fine mese, in questo momento di paventata “crisi“, accetto di riutilizzare degli oggetti in buone condizioni, li modifico e li uso. Però se solo avessi i soldi mi comprerei tutto nuovo… 🙁

Si tratta di persone che talvolta accettano un compromesso ma che non sono contente più di tanto di questa situazione perché sentono che stanno rinunciando a qualche cosa. E quando possibile, ben vengano le “cineserie“, perché comprando, anche a poco prezzo, ci si sente al comando. 🙁

La domanda da porsi per individuare il riciclo utilitaristico è: “potendo – e nel caso le mie sorti economiche cambino – inizierei a comprare tutto firmato e… nuovo di zecca?”

Sempre per citare Watzlawick, sono persone in Posizione one-DOWN, si sentono manchevoli, si vergognano delle loro ristrettezze economiche e – a causa di una sorta di pudore sociale, le vivono in solitudine (o con un gruppo ristretto di amici nelle stesse condizioni) ma non amano pubblicizzare la cosa…

Insomma si ricicla per risparmiare, si ricicla per se stessi non per gli altri, né tanto meno per un ideale realmente sentito. Manca il valore del “bene comune”: ridurre lo spreco delle risorse, inquinare di meno, preservare il pianeta per le generazioni future.

Anche tra i riciclosi utilitaristici c’è una categoria che potremmo definire “artistica”: persone ingegnose, con una buona dose di creatività e con “le mani d’oro”, che rimettono a modello, rinnovano, sistemano e danno nuova vita agli oggetti.

Ottimo, certamente, ma forse ancora con poco idealismo, poca gioia e poca consapevolezza. Prima fra tutti manca la consapevolezza di avere un’arte tra le mani e la possibilità di vivere e guadagnare grazie a quella arte. Ma se si vive nella scarsità, senza dare valore a se stessi e ai propri talenti, non si riesce neanche a monetizzarli perché si finisce per pensare che nessuno voglia quello che noi per primi non si desidera.

E anche qualora si finisca a fare mercatini, mostre, fiere… C’è il rischio che gli altri percepiscono il bisogno e non vengano attratti da quel tipo di oggetti artistici. E’ il classico serpente che si morde la coda. 

E pensare che con un pizzico di gioia in più farebbero faville (altro che Desigual!) 😉

Eccoci giunti all’ultimo livello del riciclo…

3) C’è un terzo livello decrescitoso del riciclo…

“riciclo perché è una scelta intelligente ed ecologica anche per me”. Una scelta davvero consapevole che nasce dalla conoscenza, dall’informazione, dall’apprendimento che apre gli occhi sulla realtà delle cose.

Se un oggetto mi serve e posso trovarlo nei circuiti alternativi, lo cerco lì, non sprecando risorse naturali, evitando che merci ancora utili finiscano in discarica, donando e prendendo e quindi smuovendo energia solidale…  😀

Sono persone che hanno capito che si deve puntare ai beni e non alle merci, che il vero valore degli oggetti è il loro valore di uso e non le esigenze semantiche indotte dalle pubblicità, che non cadono nell’inganno dell’obsolescenza percepita, che non passano la vita a lavorare per spendere.

Così come insegna Josè Mujica “il più povero è colui che ha bisogno di tanto per vivere”, risparmiare risorse e non desiderare in continuazione oggetti nuovi significa tempo di lavoro risparmiato e libertà guadagnata. Per dedicarsi a tutto ciò che ha più valore nella vita e – guarda caso – raramente si può comprare. 8)

riciclosi decrescitosi sono persone felicissime quando riescono a scovare (comprare o scambiare) un bell’oggetto usato… usato di zecca! E lo fanno vedere a tutti, con orgoglio e un pizzico di infantile soddisfazione.  😉

Per concludere il paragone con le posizioni one-UP – one-DOWN di Watzlawick, sono persone in posizione PARITARIA, e questo permette loro di mantenere dei rapporti equilibrati con gli altri: scambi, baratti, acquisti, regali. Senza troppe “pippe mentali” non sentendosi poveri ma intelligenti ed ecologici. Parola d’ordine: limitare la propria Impronta Ecologica. Al servizio del Pianeta.

Anche qui impazzano senza freni le realizzazioni creative riciclose, ma con un occhio anche all’origine dei materiali che siano lavorati il meno possibile e con prodotti naturali. Per chi padroneggia la Teoria dei Colori Mentali (Vd. “Di che Colore sei?“), questo è il regno dei “Gialli”, ideologia, creatività ed originalità al cubo!

Inoltre frequentare circuiti alternativi, Centrali Dai e prendi, Mercatini dell’usato, Bar delle riparazioni, Banche del Tempo, Gruppi di acquisto solidali, Negozi sfusi, Orti e Fattorie didattiche, permette di vivere in Comunità con valori condivisi, i cui membri sono realmente soddisfatti e orgogliosi delle loro scelte di Downshifting, Transizione e Decrescita.

Perché – lo dico sempre – se “comprare equivale a votare“, grazie a scelte quotidiane più sostenibili si può contribuire davvero a cambiare le cose, dimostrando con i fatti che desideriamo proteggere la nostre famiglie, tutti gli esseri viventi, l’ambiente, Madre Terra, per assicurare un futuro più equo e sano per tutti.

Insomma, se con uno scatto di consapevolezza in più si può riciclare, sentendosi sia generosi, sia “diversamente ricchi” che felici, perché non provare a farlo? 😉

Eccoli qui i 3 livelli del riciclo.

Ovviamente si tratta di una generalizzazione, c’è chi può ritrovarsi in tutti e 3 i livelli per cose distinte: divertirsi ad esempio a girare per mercatini dell’usato per abiti e mobiletti da sistemare, ma poi volere a tutti costi lo smartphone nuovo perché fa status etc… Però in linea di massima, il discorso sembra reggere.

Un’ultima cosa… Anzi due.

Da notare che chi si trova principalmente nei primi 2 livelli del riciclo, è solitamente ancora immerso nel gioco (anzi del giogodel mercato.

La crescita infinita, il PIL (Prodotto Interno Lordo) che deve aumentare, l’oggetto all’ultima moda come lo stilista o il designer di turno comandano, il giocattolo elettronico con quel nuovo applicativo che lo rende imprescindibile…

In realtà, coloro che sono al livello 1 o 2 del riciclo, non sono né ricchi né poveri, perché la ricchezza non è quanto si riesce a spendere in un mese, il tenore di vita, lo stile di vita, ma le risorse che si hanno nella propria vita.

E conosco molti ricchi che sono poveri e non lo sanno, e molti poveri che sono ricchi, e neanche loro lo sanno… E’ ora di diventare Diversamente Ricchi, smettendo di cedere alle pressioni sociali di regole insensate.

Sta di fatto che spesso sia i riciclosi paternalistici che i riciclosi utilitaristici, chi più e chi meno, sono attenti a quello che pensano gli altri, schiavi del giudizio, attenti a salvare le apparenze, per mantenere alto lo status del ricco e il timore di fare la figura del povero.

In poche parole sono schiavi perché hanno paura degli altri.

Si tratta di un bel “pendolone” per dirla alla Vadim Zeland, il Pendolo della ricchezza/povertà, il Pendolo del nuovo/usato, il Pendolo della Beneficenza donata/accettata…

E dato che un Pendolo per oscillare deve aver Fan e Controfan

Non c’è 1° livello senza 2°. 

Mentre il 3° livello del riciclo è autosufficiente.

In poche parole più libero.

riciclosi decrescitosi non collegano il riciclo alla povertà, bensì all’Amore con la A maiuscola, all’attivismo, sintonizzandosi su di un comportamento più civile, rispettoso, etico, equo e solidale. Sintomo di vero progresso, FIL (Felicità Interna Lorda) e non PIL.

In poche parole sono liberi perché amano gli altri.

Gran bella parola la Libertà, vero? 😉

Grazie per avermi letto fin qui!

Mi farà piacere sapere che ne pensi se trovi il tempo per lasciarmi un tuo commento qui sotto…

Nel frattempo, ti auguro un entusiasmante livello di riciclo, tanta Libertà, e, come sempre, Pace e Amore!

🙂

Viviana Taccione

PS1:

Quasi dimenticavo… Ho scritto un piccolo Ebook che si chiama “100 Cose che non vorrai più buttare” lo trovi in REGALO cliccando qui! 😉

PS2:

Ho evitato di parlare del riciclo “tradizionale”, cioè del conferimento di plastica, alluminio, carta e umido nei relativi contenitori in base agli auspicabili regolamenti comunali. E’ ovvio che si debba riciclare tutto il possibile
Lo vogliamo chiamare “livello zero” del riciclo? 😉
Ma riciclare non è una scusa per comprare perché “tanto è riciclabile….
Il fatto che un prodotto sia riciclabile non deve essere un incentivo all’acquisto, semmai il contrario: non si dovrebbe comprare un prodotto che NON sia riciclabile.
Ricordiamo che riciclabile non significa automaticamente né “ecologico“, né “etico” né “sano” come in molti vogliono farci credere! Le lattine di bibite gassate antiruggine piene di zuccheri e conservanti sono riciclabili… E’ allora? E’ un motivo per comprarle?  😉

PS3:

E’ vero avevo promesso di non sproloquiare sul Greenwashing, ma è solo un PS e ci stava tutto! Fammi sapere che ne pensi!!! 😀

PS4: Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito I FEEL GOOD. Se vuoi lasciarmi un messaggio puoi farlo, cliccando qui.